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Bloccare un veicolo è violenza privata



Risponde del reato di violenza privata chi, in qualunque modo, cerchi di impedire ad un soggetto di muoversi col proprio mezzo di trasporto



Esaminiamo oggi due interessanti casi, di cui uno pubblicato recentissimamente (Cass. n. 16/2020) ed uno pochi mesi addietro (Cass. 51236/2019).
Nel caso discusso da Cass. 51236/2019 si procedeva nei confronti di un soggetto che si rifiutava di spostare la propria autovettura, posizionata volutamente in modo da bloccare l'accesso ad un cortile in uso sia all'imputato che alla parte offesa. In tal modo, l'imputato impediva alla parte offesa il recupero di propri attrezzi depositati in una porzione di cortile alla quale si poteva accedere solo tramite l'accesso reso impraticabile dall'imputato.
Il filone giurisprudenziale è ampiamente consolidato: in tanti anni, la Cassazione ha deciso casi svariati, che vedremo subito appresso, sempre concludendo per la sussistenza del reato di violenza privata.

Cass. n. 8425/2013 ha condannato la condotta di un soggetto che aveva parcheggiato la propria autovettura impedendo alla parte offesa il passaggio in entrata e uscita.
Ricordiamo che il reato i violenza privata (610 c.p.) consiste nel comportamento di chiunque con violenza o minaccia costringa taluno a fare omettere o tollerare qualcosa. Secondo la Suprema Corte, il requisito della violenza si identifica in qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l'offeso della libertà di determinazione e di azione, come pure precisato nella sentenza n. 5358/2018.
Pertanto, anche la condotta di chi ostruisca volontariamente la sede stradale per impedire ad altri di manovrare costituisce violenza privata.

Venendo invece al più recente caso (Cass. 16/2020), si tratta di un episodio nato in un 'risalente clima d'astio determinato dalla pretesa dell'imputato' di vedersi pagato un importo asseritamente dovuto dalla parte offesa del reato.
Il giorno in cui si è consumato il reato, la persona offesa, avvisata del fatto che l'imputato lo attendeva all'esterno dello studio per aggredirlo, aveva chiamato i carabinieri che l'avevano scortato in caserma per sporgere denuncia. Uscito dalla caserma, si era avviato verso casa a bordo della propria motocicletta. Sennonché lungo la strada aveva dovuto compiere manovre spericolate per evitare di investire l'imputato che, a piedi, cercava di impedirgli di proseguire la marcia, minacciandolo altresì di morte.
La Cassazione conferma la condanna dell'imputato, sostenendo, fra l'altro, che 'la condotta dell'imputato, così come era stata riportata, era correttamente qualificabile nel
contestato delitto di tentata violenza privata, posto che' l'imputato 'aveva compiuto atti
idonei diretti in modo non equivoco a interromperne la marcia, sul motociclo che la persona
offesa stava conducendo'.
La stessa Cassazione richiama i propri precedenti sul punto, fra cui la sentenza n. 33253 del
09/03/2015.

In conclusione, certi comportamenti - a volte semplicemente ritenuti maleducati - in realtà sono passibili di condanna penale. Il che non guasta, specie nella attuale società dove il rispetto dell'altrui libertà di movimento è sempre più compromessa da comportamenti gravemente scorretti.

Avvocato Enrico Candiani




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