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Mantenimento dei figli



Il punto sulla giurisprudenza in materia di obbligo (o meno) dei genitori al mantenimento dei figli maggiorenni.


Facciamo, col presente scritto divulgativo, il punto dello stato della giurisprudenza in materia di obbligo, o meno, dei genitori di mantenere i figli maggiorenni.
Il criterio di massima può venir sintetizzato nel concetto di meritevolezza, o meno, della posizione del figlio che richiede l’assegno.
Vediamo pertanto i principali recenti casi in materia.
Con decisione della Suprema Corte, Sez. sesta civile, Ordinanza n.22314 del 25/09/2017, è stato revocato l’assegno di mantenimento nei confronti di figlio, in salute, che si era dimostrato – pur al termine del percorso di studi – non essersi impegnano a sufficienza per cercare lavoro.
Pochi giorni prima, la Cassazione civile, sezione VI, con ordinanza n. 21615 del 19 settembre 2017, ha proprio trattato la questione relativa al diritto – in questo caso negato, al mantenimento da parte del figlio maggiorenne che non abbia raggiunto l’indipendenza economica per sua colpa.
Nel caso, il giovane risultava aver abbandonato per propria scelta una attività lavorativa, sicchè, secondo la Suprema Corte, benché l’obbligo del genitore di concorrere al mantenimento del figlio non cessa automaticamente con il raggiungimento della maggiore età da parte di quest’ultimo, esso tuttavia è destinato a cessare o al momento del raggiungimento dell’indipendenza economica, o allorquando il figlio è stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente, in particolare qualora non abbia tratto profitto delle possibilità offertegli per sua colpa o per sua scelta.
La Stessa sesta sezione civile della Suprema Corte, con ordinanza n. 18531 del 26 luglio 2017, riconosceva il diritto al mantenimento ad un figlio maggiorenne che, benché titolare di un rapporto di lavoro precario, tuttavia ancora frequentava con profitto l’università aspirando a completare un valido percorso di studi.
Anche in questo caso, e pur in presenza di un giovane già introdotto nel mercato del lavoro, la Suprema Corte attribuiva meritevolezza al desiderio del giovane di completare gli studi universitari seguiti con profitto.
Con decisione del 10 maggio 2017, n. 11467, la Suprema Corte ha invece negato il diritto al mantenimento in favore di un figlio che svolgeva attività dal carattere precario, argomentando che non è sufficiente che il rapporto di lavoro sia precario – al fine di concedere il mantenimento al figlio – ma occorre che le prospettive di tale rapporto precario non lascino spazio ad una prognosi di possibile o probabile futura integrazione del giovane nel mondo del lavoro (nel caso, il giovane era un ricercatore universitario ‘precario’ ma con solide prospettive di carriera).
Sempre in tema di meritevolezza, la Cassazione, con la decisione del 1 febbraio 2016, n. 1858, sostiene che il dovere di mantenimento del figlio maggiorenne cessa ove il genitore dimostri che il figlio abbia raggiunto l'autosufficienza economica, oppure se il genitore prova che il figlio, pur posto nelle condizioni di addivenire ad una autonomia economica, non ne abbia tratto profitto, sottraendosi volontariamente allo svolgimento di una attività lavorativa adeguata e corrispondente alla professionalità acquisita. Il caso concerneva figli che erano iscritti all’università, senza svolgere alcun lavoro, ma si trovavano gravemente fuori corso ed avendo svolto pochissimi esami rispetto al programma universitario.
Interessante la pronuncia della Corte di Appello Trieste, con decreto 3 maggio 2017, nella quale la Corte territoriale, in difformità ad altre pronunce della Suprema Corte (fra cui Cass. 12952/2016), sostiene ce l’attuale momento storico porta ad una più lenta maturazione dei giovani e quindi legittima un prolungato mantenimento dei medesimi.

Sostiene la Corte Triestina che, pur a fronte di un certo disimpegno della figlia nello studio e nel lavoro, “è anche vero che nell’attuale momento economico ed alla stregua dell’‘id quod plerumque accidit’ si deve riconoscere, in generale, la possibilità di una certa inerzia nella maturazione”, sicchè vista l’età della ragazza – 26 anni – la Corte ha ritenuto che il limite massimo oltre il quale non si debba andare col diritto al mantenimento debba venir elevato a ben 34 anni, come da alcune pronunce del foro di Milano. Trattasi, come detto, di decisione molto criticata e contrastante con gli orientamenti della Suprema Corte, che menzioniamo per la sua particolarità.


Avvocato Enrico Candiani


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